mercoledì 5 febbraio 2014

SE FOSSI

se fossi un albero saresti un baobab.
se fossi un mare saresti il mare delle Antille dopo la stagione delle pioggie.
se fossi una canzone saresti l'essenziale di Mengoni.
se fossi un animale saresti un gatto selvatico.
se fossi un piatto saresti una carbonara di Trastevere.
se fossi una montagna saresti the Half Dome dello Yosemite Park.
se fossi un pesce saresti un delfino.
se fossi una città saresti Lisboa in estate quando la gente corre ubriaca nel barrio alto.
se fossi un fiore saresti un mazzetto di mughetti.
se fossi un quadro saresti "I funerali di Atala" del Louvre.

se fossi una statua saresti un prigione di Michelangelo.
se fossi un tramonto, saresti un tramonto di Tulum, che subitaneo lascia spazio alla notte tropicale ebbra di tequila.
se fossi un film saresti Rocco e i suoi fratelli di Visconti.
se fossi un profumo saresti Vetiver.
se fossi un lago saresti il Baikal.
se fossi un fiume saresti il Rodano in Camargue dove i cavalli bianchi la fanno da padroni e soffia dolce il Mistral.
se fossi un uccello saresti un pettirosso.
se non ci fossi ti starei cercando.

sabato 1 febbraio 2014

cicatrice

E' strano. Il fratello e la sorella hanno la stessa cicatrice perpendicolare, ma divisa a metà. Un taglio ha squarciato la sorella per ben due volte, dal seno giù fino alla vagina, per mettere ordine negli intestini. Nel fratello invece, l'incisione gli ha aperto lo sterno per riparare il cuore. Se facessimo loro una radiografia le due cicatrici coinciderebbero come un taglio netto che divide il busto in una parte destra e una sinistra. Una di quelle figure a macchie d'inchiostro che gli psicologi usano per entrare maldestramente nella tua psiche, possibilmente, malata. Un pipistrello, due amanti che si baciano, nuvole di tempesta. Perchè il destino ha usato il canovaccio del corpo dei due fratelli per quella frattura netta come una cresta oceanica?
C'è un qualche significato? O non ne ha nessuno?

sabato 25 gennaio 2014

il pupazzo di neve


"C’era una volta nella stanza di là “la vedi quella porta a vetri con le persiane abbassate? Te basta che la apri quella porta e passi direttamente nella stanza di là” un ragazzo bellissimo, più giovane di te. Era biondo con degli occhi verdi come le foglie delle calle che sembrano ancora più verdi quando si aprono i tubi bianchi dei fiori. Era gay, non so non lo diceva a nessuno, parlava di viaggi lontani in Africa e l’ultimo nell’isola di Djerba dove gli uomini ti sorridono e cavalchi con loro sui cavalli in spiaggia, ma anche senza cavalli cavalchi. Di sicuro era già malato prima d’approdare in Tunisia e aveva deciso di morire senza più desideri mangiando tutti i datteri conservati nella giara, all’ombra dell’oasi, raschiando il fondo. Quando era arrivato lì in quel reparto, sapeva che la vita stava gocciolando via come un pupazzo di neve dimenticato al sole che si scioglie piano diventando sempre più piccolo fino ad assomigliare a una palla di neve e poi più nulla. “Non è vero che noi infermiere non ci frega niente di voi malati, se no non sarei qui con te stanotte che ti senti solo e si vede. E’ che devi difenderti dal dolore che sennò non sopravvivi. Come si fa ad amarvi tutti? E a reggere le vostre partenze? Mica perché morite tutti eh, ma anche quando ve ne andate rimane un po’ di solitudine nel reparto e mica ci si rivede per andare al cinema.” Una notte l’aveva chiamata piangendo che sentiva d’essere diventato leggero e non riusciva più a stare attaccato al letto e gli sembrava di volarsene via e poi non aveva più parlato, né con lei né con nessun altro fissando il cielo nel soffito che era diventato di cielo. E lei, la bionda infermiera senza soprannome, ma con un cuore grande così era andato a salutarselo il suo piccolo pupazzo di neve che l’avevano trasferito in terapia intensiva. Un pupazzo di neve bianco bianco senza la carota al posto del naso ma con un tubo tanto infilato nella bocca fino ai polmoni. E quando l’avevano portato via era rimasta con la mano ancora a pugno sulle lenzuola sporche e nella cappella dell’ospedale non c’era nessuno a salutarlo a parte lei e il sole."(Enrico Maria Bertelli, "Come il mare in un bicchiere")

sabato 11 gennaio 2014

Osiride

43 anni fa nacqui.
Uscii sporco di sangue e liquido amniotico e tagliarono il cordone e un dolore spezzò il petto e i polmoni inziarono a respirare.
Ora tornerò indietro, mi apriranno il petto e il cuore si fermerà e il sangue scorrerà fuori da me e io morirò e poi il cuore batterà ancora e io nascerò di nuovo. La cicatrice sul petto mi legherà a chi? Non ci sarà un grumo di sangue nel mio stomaco a sancire lo spezzarsi del legame con la madre.
2 secoli fa avrei presto terminato i miei giorni arrancando senza fiato e sempre più stanco accasciandomi lieve a terra e perdendo conoscenza e la vita come la bava di una pigra lumaca che si consuma al sole. Oggi possono spezzare le mie costole e arrivare all'organo più sacro da sempre custodito nella mummia e non nei vasi canopi.
Si conclude così un viaggio iniziato anni fa quando l'arresto ha seppellito la mia vita in un istante, una slavina silente che ha congelato e desertificato le mie giornate. Ho scavato nella neve a mani nude cercando la luce e ritrovandomi in una pianura vuota e misteriosa e abbacinante. E intorno a me pochi amici e un angelo dalle ali blu cobalto che ha impedito che la mia pelle diafana rimanesse bruciata.
Ri-cominciare è un privilegio concesso a pochi.
Ri-vivere bellissimo, ma doloroso.
Ri-tornare un'esperienza che solo pochi viaggiatori hanno.

venerdì 27 dicembre 2013

campanello

Suonano. E io scatto sull'attenti come un soldato in ritardo per la visita d'ispezione del sergente.
Suonano e il ricordo di centinaia di campanelli nelle notti e nei giorni della prigionia azzera lo scorrere del tempo come la linea piatta dell'electrocardio quando sei morto e quel rumore fisso e monotono e l'onda Q, S e R dritte come un orizzonte.
Scendo dal letto e mi metto dei pantaloni a rovescio e corro fuori, i piedi sul selciato freddo della notte incontro ai miei aguzzini, di là dal cancello che non apro. Firmo, illuminato dal faro della volante. Poi mi volto compito, rientro e quando son dentro mi sento al sicuro.
Non è facile spiegare quella sensazione di intimità violata, di piccolo sopruso, lungo due anni ormai, di libertà vigile e vigilata.
Non riesco a ridere quando scherzi. Ti lascerò a casa e me ne andrò a zonzo nella notte e io non potrò seguirti neanche volendo e tu correrai incontro alle albe e sparerai contro le stelle. E io non sarò lì con te.

giovedì 7 novembre 2013

Der blaue engel

"Anche la sua di madre è morta e il dolore non si stempera nonostante gli anni. Quella madre contadina, bella e forte con le gambe muscolose quanto Der blaue engel, si è spenta in un ospizio. Non ce l’ha fatta la figlia ad accudirla in quella grande casa dopo il primo ictus e la demenza senile farsi strada verso l’ossessione e la follia. L’ha riconosciuta fino alla fine, solo lei e l’infermiera, nessun altro riconosceva. Ma il senso di colpa gli serra la gola come  gli anelli d’ottone intorno al collo delle donne-giraffa del Myanmar, le toglie il fiato. L’ha amata quella madre a cui non assomiglia e dalla quale non si è mai sentita veramente riamata, sempre uno scalino più in basso del fratello, quel fratello tanto più grande che non c’ha mai legato, la piccola di casa, la cocca di papà. E in fondo la sua vita è sempre stata gestita dagli uomini, il padre prima, col fratello e poi il marito, ma una vita sua non l’ha mai veramente vissuta. E’stato come trovarsi davanti a dei nastri trasportatori delle catene di montaggio e lei faceva azioni meccaniche, quelle che le venivano spiegate, neanche poi tanto. “Spinga, signora spinga, no non così”. Sorride la madre al pensiero del primo parto, di quel dolore lacerante così presto dimenticato eppure intenso quanto la fitta provocata da un calcolo renale. Ma quando scompare quel dolore non lascia traccia e invece delle tue urla ci sono altre urla, quelle del bambino, ancora sporco di sangue e liquido amniotico legato a te da quel cordone come la fune che trattiene una mongolfiera piccola piccola in mano all’infermiera e poi la tagliano e lei comincia a volare nel cielo sempre più lontano: certe volte si perdono nelle nuvole i figli e non li scorgi più e ti domandi veramente se li hai messi al mondo. Quella volta aveva spinto sempre e alla fine aveva un collo paonazzo largo e gonfio così: “Gliel’avevamo detto di non spingere signora!”. Le madri sono sempre maldestre la prima volta, ma poi imparano fingono di essere già brave, ma hanno paura di commettere degli errori. 
Quel figlio era bellissimo, se lo ricorda come fosse allora, con gli occhi del padre, il suo, il dolce bidello, grigio-azzurri come quelli della nipote. E rideva sempre quel figlio, tutto l’ospedale glielo diceva: “Quant’è bello signora, quant’è bello!”. Era stato il suo amante-bambino in quegli anni bui di luce in Friuli, lei e lui, sempre, in simbiosi, triste quando lui era triste, malato, quando lo era lui. Mangiava poco, perchè lei aveva latte come burro e bastava una poppata breve, ma lei si angosciava, nonostante il figlio fosse ben pasciuto e si era esaurita a forza di pensare che sarebbe morto se non lo costringeva a mangiare. Così una mattina l’aveva portato dal pediatra e quel vecchio pazzo le aveva mollato un ceffone in piena faccia, sì una sberla che l’aveva fatta trasalire e le aveva ordinato dei tranquillanti, per lei non per lui, ma i suoi nervi erano restati fragili quanto le sottili colonne arabescate del Duomo di Milano che ora dentro hanno un’anima di cemento, ma lei no. Prima o poi le volute e le cupole, verranno giù insieme ai colori di vetro e ai ghirigori di marmo e a tutti i comignoli e le migliaia di statue abbarbicate sulle punte e il rumore sarà assordante e la polvere bianca come galaverna oscurerà il sole."(Enricomaria Bertelli, Una famiglia)

lunedì 4 novembre 2013

The Grove

In certe mattine, quando la bruma s’infittisce con le nuvole basse dall’oceano e la punta delle colline diventa rarefatta, ti sembra di scorgere delle ombre con i chaps di pelle nera e gli harness a incorniciargli i pettorali stanchi come certi diamanti di Elisabeth Taylor ai tempi fastosi di Cleopatra. Sono anime dolenti che non prendono il tram e si trascinano da un bar all’altro sotto le bandiere dai sei colori senza più il rosa del sesso e la magia del turchese.

Make love your goal.

Camminare a Castro è come avventurarsi nelle foreste vietnamite, tra le ossa dei Vietcong e il ricordo acre del napalm statunitense che ha bruciato le foglie e i fili d’erba e la pelle e i vestiti della gente. La foresta pluviale è di nuovo fitta, ma non riesce a nascondere il dolore della guerra vinta.
In ogni locale e club e discoteca leggi cartelli che inneggiano al safesex. In certi posti K. è costretto a leggere in inglese cos’è il safesex a voce alta, per essere sicuri che il concetto è chiaro, che se ti scoprono a farti scopare senza rubber sono cazzi, nel senso che ti sbattono fuori. Evidentemente l’eutanasia non è contemplata.

Keep the vampires from the door.

Un pomeriggio K. è da solo. Enrico è andato a farsi bello in palestra o a farsi qualcuno di bello in palestra. 

I walked the avenue till my legs felt like stone 
I heard the voices of friends vanished and gone.

 Ha voglia di piangere, ma non vuole farlo da solo, quindi si mette in cammino verso Compostela lungo Market street giù giù fino al parco del Golden Gate dove le mamme portano i bambini a giocare e gli studenti si baciano sull’erba e qualcuno gioca a golf, ma se ti addentri verso il primo laghetto c’è un posto incantato, una piazzetta circolare che sembra la via di Hollywood dove le star del cinema fanno le impronte sul cemento. Qui non ci sono le tracce delle scarpe o delle mani, ma solo i nomi di gente comune che nulla aveva in comune tranne il virus. I morti sono scritti sul cemento partendo dal centro in una spirale di dolore, dove qualcuno lascia dei fiori, lì, ad appassire. The Grove lo chiamano.
The AIDS Memorial Grove- S. Francisco
E K. arriva in silenzio e in silenzio si siede intorno a quei nomi guardando altre persone che come lui arrivano silenziose e piangono piano, quasi per non disturbare. E K. lascia un fiore bianco che ha appena rubato da un’aiuola e piange anche lui facendo pace con se stesso e perdonandosi per essere stato disattento.
Ich bin gesund

Enricomaria Bertelli, Come il mare in un bicchiere

(“Sto bene”, era la frase che gli ebrei internati erano costretti a scrivere alle famiglie per tranquillizzarle. Avveniva spesso che alla lettera dallo stereotipato contenuto "ich bin gesund" seguiva qualche giorno dopo il telegramma che annunciava la morte. I parenti non sapevano che con 15 righe vergate sulla carta da lettere del campo, sottoposte alle censura delle SS, il prigioniero aveva diritto di dire soltanto notizie positive e non poteva assolutamente scrivere la verità sulle difficili e inumane condizioni in cui si trovava.)

membri emeriti