"C’era una volta nella stanza di là “la vedi quella porta a vetri con le persiane abbassate? Te basta che la apri quella porta e passi direttamente nella stanza di là” un ragazzo bellissimo, più giovane di te. Era biondo con degli occhi verdi come le foglie delle calle che sembrano ancora più verdi quando si aprono i tubi bianchi dei fiori. Era gay, non so non lo diceva a nessuno, parlava di viaggi lontani in Africa e l’ultimo nell’isola di Djerba dove gli uomini ti sorridono e cavalchi con loro sui cavalli in spiaggia, ma anche senza cavalli cavalchi. Di sicuro era già malato prima d’approdare in Tunisia e aveva deciso di morire senza più desideri mangiando tutti i datteri conservati nella giara, all’ombra dell’oasi, raschiando il fondo. Quando era arrivato lì in quel reparto, sapeva che la vita stava gocciolando via come un pupazzo di neve dimenticato al sole che si scioglie piano diventando sempre più piccolo fino ad assomigliare a una palla di neve e poi più nulla. “Non è vero che noi infermiere non ci frega niente di voi malati, se no non sarei qui con te stanotte che ti senti solo e si vede. E’ che devi difenderti dal dolore che sennò non sopravvivi. Come si fa ad amarvi tutti? E a reggere le vostre partenze? Mica perché morite tutti eh, ma anche quando ve ne andate rimane un po’ di solitudine nel reparto e mica ci si rivede per andare al cinema.” Una notte l’aveva chiamata piangendo che sentiva d’essere diventato leggero e non riusciva più a stare attaccato al letto e gli sembrava di volarsene via e poi non aveva più parlato, né con lei né con nessun altro fissando il cielo nel soffito che era diventato di cielo. E lei, la bionda infermiera senza soprannome, ma con un cuore grande così era andato a salutarselo il suo piccolo pupazzo di neve che l’avevano trasferito in terapia intensiva. Un pupazzo di neve bianco bianco senza la carota al posto del naso ma con un tubo tanto infilato nella bocca fino ai polmoni. E quando l’avevano portato via era rimasta con la mano ancora a pugno sulle lenzuola sporche e nella cappella dell’ospedale non c’era nessuno a salutarlo a parte lei e il sole."(Enrico Maria Bertelli, "Come il mare in un bicchiere")
hortus conclusus, soror, mea sponsa, hortus conclusus, fons signatus.
sabato 25 gennaio 2014
sabato 11 gennaio 2014
Osiride
43 anni fa nacqui.
Uscii sporco di sangue e liquido amniotico e tagliarono il cordone e un dolore spezzò il petto e i polmoni inziarono a respirare.
Ora tornerò indietro, mi apriranno il petto e il cuore si fermerà e il sangue scorrerà fuori da me e io morirò e poi il cuore batterà ancora e io nascerò di nuovo. La cicatrice sul petto mi legherà a chi? Non ci sarà un grumo di sangue nel mio stomaco a sancire lo spezzarsi del legame con la madre.
2 secoli fa avrei presto terminato i miei giorni arrancando senza fiato e sempre più stanco accasciandomi lieve a terra e perdendo conoscenza e la vita come la bava di una pigra lumaca che si consuma al sole. Oggi possono spezzare le mie costole e arrivare all'organo più sacro da sempre custodito nella mummia e non nei vasi canopi.
Si conclude così un viaggio iniziato anni fa quando l'arresto ha seppellito la mia vita in un istante, una slavina silente che ha congelato e desertificato le mie giornate. Ho scavato nella neve a mani nude cercando la luce e ritrovandomi in una pianura vuota e misteriosa e abbacinante. E intorno a me pochi amici e un angelo dalle ali blu cobalto che ha impedito che la mia pelle diafana rimanesse bruciata.
Ri-cominciare è un privilegio concesso a pochi.
Ri-vivere bellissimo, ma doloroso.
Ri-tornare un'esperienza che solo pochi viaggiatori hanno.
venerdì 27 dicembre 2013
campanello
Suonano. E io scatto sull'attenti come un soldato in ritardo per la visita d'ispezione del sergente.
Suonano e il ricordo di centinaia di campanelli nelle notti e nei giorni della prigionia azzera lo scorrere del tempo come la linea piatta dell'electrocardio quando sei morto e quel rumore fisso e monotono e l'onda Q, S e R dritte come un orizzonte.
Scendo dal letto e mi metto dei pantaloni a rovescio e corro fuori, i piedi sul selciato freddo della notte incontro ai miei aguzzini, di là dal cancello che non apro. Firmo, illuminato dal faro della volante. Poi mi volto compito, rientro e quando son dentro mi sento al sicuro.
Non è facile spiegare quella sensazione di intimità violata, di piccolo sopruso, lungo due anni ormai, di libertà vigile e vigilata.
Non riesco a ridere quando scherzi. Ti lascerò a casa e me ne andrò a zonzo nella notte e io non potrò seguirti neanche volendo e tu correrai incontro alle albe e sparerai contro le stelle. E io non sarò lì con te.
giovedì 7 novembre 2013
Der blaue engel
"Anche la sua di madre è morta e il dolore non si stempera nonostante gli anni. Quella madre contadina, bella e forte con le gambe muscolose quanto Der blaue engel, si è spenta in un ospizio. Non ce l’ha fatta la figlia ad accudirla in quella grande casa dopo il primo ictus e la demenza senile farsi strada verso l’ossessione e la follia. L’ha riconosciuta fino alla fine, solo lei e l’infermiera, nessun altro riconosceva. Ma il senso di colpa gli serra la gola come gli anelli d’ottone intorno al collo delle donne-giraffa del Myanmar, le toglie il fiato. L’ha amata quella madre a cui non assomiglia e dalla quale non si è mai sentita veramente riamata, sempre uno scalino più in basso del fratello, quel fratello tanto più grande che non c’ha mai legato, la piccola di casa, la cocca di papà. E in fondo la sua vita è sempre stata gestita dagli uomini, il padre prima, col fratello e poi il marito, ma una vita sua non l’ha mai veramente vissuta. E’stato come trovarsi davanti a dei nastri trasportatori delle catene di montaggio e lei faceva azioni meccaniche, quelle che le venivano spiegate, neanche poi tanto. “Spinga, signora spinga, no non così”. Sorride la madre al pensiero del primo parto, di quel dolore lacerante così presto dimenticato eppure intenso quanto la fitta provocata da un calcolo renale. Ma quando scompare quel dolore non lascia traccia e invece delle tue urla ci sono altre urla, quelle del bambino, ancora sporco di sangue e liquido amniotico legato a te da quel cordone come la fune che trattiene una mongolfiera piccola piccola in mano all’infermiera e poi la tagliano e lei comincia a volare nel cielo sempre più lontano: certe volte si perdono nelle nuvole i figli e non li scorgi più e ti domandi veramente se li hai messi al mondo. Quella volta aveva spinto sempre e alla fine aveva un collo paonazzo largo e gonfio così: “Gliel’avevamo detto di non spingere signora!”. Le madri sono sempre maldestre la prima volta, ma poi imparano fingono di essere già brave, ma hanno paura di commettere degli errori.
Quel figlio era bellissimo, se lo ricorda come fosse allora, con gli occhi del padre, il suo, il dolce bidello, grigio-azzurri come quelli della nipote. E rideva sempre quel figlio, tutto l’ospedale glielo diceva: “Quant’è bello signora, quant’è bello!”. Era stato il suo amante-bambino in quegli anni bui di luce in Friuli, lei e lui, sempre, in simbiosi, triste quando lui era triste, malato, quando lo era lui. Mangiava poco, perchè lei aveva latte come burro e bastava una poppata breve, ma lei si angosciava, nonostante il figlio fosse ben pasciuto e si era esaurita a forza di pensare che sarebbe morto se non lo costringeva a mangiare. Così una mattina l’aveva portato dal pediatra e quel vecchio pazzo le aveva mollato un ceffone in piena faccia, sì una sberla che l’aveva fatta trasalire e le aveva ordinato dei tranquillanti, per lei non per lui, ma i suoi nervi erano restati fragili quanto le sottili colonne arabescate del Duomo di Milano che ora dentro hanno un’anima di cemento, ma lei no. Prima o poi le volute e le cupole, verranno giù insieme ai colori di vetro e ai ghirigori di marmo e a tutti i comignoli e le migliaia di statue abbarbicate sulle punte e il rumore sarà assordante e la polvere bianca come galaverna oscurerà il sole."(Enricomaria Bertelli, Una famiglia)
lunedì 4 novembre 2013
The Grove
In certe mattine, quando la bruma s’infittisce con le nuvole basse dall’oceano e la punta delle colline diventa rarefatta, ti sembra di scorgere delle ombre con i chaps di pelle nera e gli harness a incorniciargli i pettorali stanchi come certi diamanti di Elisabeth Taylor ai tempi fastosi di Cleopatra. Sono anime dolenti che non prendono il tram e si trascinano da un bar all’altro sotto le bandiere dai sei colori senza più il rosa del sesso e la magia del turchese.
Make love your goal.
Camminare a Castro è come avventurarsi nelle foreste vietnamite, tra le ossa dei Vietcong e il ricordo acre del napalm statunitense che ha bruciato le foglie e i fili d’erba e la pelle e i vestiti della gente. La foresta pluviale è di nuovo fitta, ma non riesce a nascondere il dolore della guerra vinta.
In ogni locale e club e discoteca leggi cartelli che inneggiano al safesex. In certi posti K. è costretto a leggere in inglese cos’è il safesex a voce alta, per essere sicuri che il concetto è chiaro, che se ti scoprono a farti scopare senza rubber sono cazzi, nel senso che ti sbattono fuori. Evidentemente l’eutanasia non è contemplata.
Keep the vampires from the door.
Un pomeriggio K. è da solo. Enrico è andato a farsi bello in palestra o a farsi qualcuno di bello in palestra.
I walked the avenue till my legs felt like stone
I heard the voices of friends vanished and gone.
Ha voglia di piangere, ma non vuole farlo da solo, quindi si mette in cammino verso Compostela lungo Market street giù giù fino al parco del Golden Gate dove le mamme portano i bambini a giocare e gli studenti si baciano sull’erba e qualcuno gioca a golf, ma se ti addentri verso il primo laghetto c’è un posto incantato, una piazzetta circolare che sembra la via di Hollywood dove le star del cinema fanno le impronte sul cemento. Qui non ci sono le tracce delle scarpe o delle mani, ma solo i nomi di gente comune che nulla aveva in comune tranne il virus. I morti sono scritti sul cemento partendo dal centro in una spirale di dolore, dove qualcuno lascia dei fiori, lì, ad appassire. The Grove lo chiamano.
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| The AIDS Memorial Grove- S. Francisco |
E K. arriva in silenzio e in silenzio si siede intorno a quei nomi guardando altre persone che come lui arrivano silenziose e piangono piano, quasi per non disturbare. E K. lascia un fiore bianco che ha appena rubato da un’aiuola e piange anche lui facendo pace con se stesso e perdonandosi per essere stato disattento.
‘Ich bin gesund’
Enricomaria Bertelli, Come il mare in un bicchiere
(“Sto bene”, era la frase che gli ebrei internati erano costretti a scrivere alle famiglie per tranquillizzarle. Avveniva spesso che alla lettera dallo stereotipato contenuto "ich bin gesund" seguiva qualche giorno dopo il telegramma che annunciava la morte. I parenti non sapevano che con 15 righe vergate sulla carta da lettere del campo, sottoposte alle censura delle SS, il prigioniero aveva diritto di dire soltanto notizie positive e non poteva assolutamente scrivere la verità sulle difficili e inumane condizioni in cui si trovava.)
martedì 29 ottobre 2013
L'amore virale
"Immaginate un ospedale per malati di AIDS, diviso in categorie come un purgatorio dantesco. Dunque.
Una Torre di Babele in vetro che si alza al cielo e vi si perde. Siete mai passati lungo l’autostrada verso Milano sorpassando Brescia? Sulla sinistra c’è l’inceneritore, una costruzione che sembra una base spaziale che non ha mai allunato, con una ciminiera rettangolare altissima, dalla vernice cangiante e opalescente che rifrange la luce del cielo e le nuvole confondendosi col suo celeste.
La Torre d’Avorio, l’Ostello delle Anime Perdute, la Babilonia dell’Immunodeficenza Acquisita. In alto, tra i giardini pensili, ci sono le suite con idromassaggio e menù à la carte. Qui stanno le mogli sposatesi vergini con tanti Franceschi, con Carta Fedeltà comprovata, ma anche le donne violate prima del Santissimo Sacramento e i bimbi con le madri zoccole o africane nati già col virus o solo con gli anticorpi. Poi i malati per trasfusione, quando le sacche che giravano di sala operatoria in sala operatoria, tenute belle fresche in frigo erano peggio di una bomba intelligente al napalm, quella di Kim Phuk per intenderci. Mettiamoci anche le vittime ignare dei dentisti, quei malandrini indefessi.
Scendendo troviamo le fidanzate ignare che l’hanno data solo al fidanzato fedifrago o bisessuale o bisessuale fedifrago, che, insomma potevano tenersela stretta, però dai ascoltiamo Papa-papà Francesco e mettiamole comode in camere a due letti riscaldate e tivvù. Terrazzino privato.
Via via le stanze si fanno più affollate e la gente più triste e magra e rassegnata. In fondo se la sono cercata.
Ci sono i mariti e i fidanzati e le fidanzate infedeli, le puttane, i tossicodipendenti, gli omosessuali, gli omosessuali tossicodipendenti e gli omosessuali puttane. Le camere sono buie, si dorme per terra e i bagni sono sempre intasati.
Nelle fondamenta del Condominio delle Conseguenze dell’Amore Virale stanno le fucine della cremazione che servono anche per riscaldare i piani superiori. K. guarda quella costruzione immaginifica di vetro e dolore: se socchiude gli occhi si confonde col cielo come una delle due torri vicino alla sua laguna, la laguna sua e di M.
(Da "Come il mare in un bicchiere", Enricomaria Bertelli)
M. lo abbraccia da dietro e gli gira a forza la testa, quella testa piena di immagini strane e strani pensieri e poi se lo bacia il suo K.
Tranquilli, attraverso un bacio si trasmette solo l’amore."(Da "Come il mare in un bicchiere", Enricomaria Bertelli)
lunedì 28 ottobre 2013
Blu è il colore più caldo
"Un poeta scrive poemi di mille versi senza riuscire a spiegare nulla".
Questo potrebbe essere in fine l'ansia struggente che sembra animare la/le camera del regista arabo-francese Abdellatif Kéchiche. La camera vorrebbe carpire il segreto ultimo della passione, della pésanteur che fa cadere la goccia d'acqua al suolo, una insostenibile pesantezza dell'essere. La camera si avvicina alla pelle, alle labbra, alla pelle, quasi per squarciarla come Fontana e arrivare al di là, ma senza riuscirci, finendo per sfocare la visione. L'amplesso delle due splendide odalische è lungo, quanto lungo è l'orgasmo femminile e misterioso. Il loro sguardo, quello del primo amore e poi quel bacio atteso lungamente nel parco e non dato rendono solo più fitto il mistero della passione. Quando inizia e perché finisce?
Il blu compare spesso nel film, come un vestito, una chioma stinta, una porta chiusa, un quadro, un orecchino. In "Eyes wide shut" era il colore del sogno e dell'irrealtà, ma sempre del desiderio. Qui è della passione e del desiderio risolto, come se ogni qualvolta Emma entrasse nel cervello e nella carne di Adèle ci fosse un segnale a ricordarcelo.
Il blu è il colore più caldo. Anche se tutti sappiamo che è un colore freddo spesso associato al dolore. E' una frase illogica, quanto illogico è in fondo l'amore.
Negli occhi spaesati di Adèle che non sa come chiamare quell'attrazione verso quella ragazza misteriosa, che non sa chiamarla amore perché non l'ha mai conosciuto e l'atterrisce, la fa soccombere, in quegli occhi chiusi, ma sempre spalancati, sta tutto il mistero del film.
E dell'amore.
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